IL FUTURO DEI COMPOSITI

«Grandi opportunità dall'Asia per l'Europa dei compositi»

Intervista a Luca Mezzo, esperto di compositi per India e Sudest asiatico

Un ulteriore capitolo degli approfondimenti che il nostro portale dedica al futuro dei compositi. Questa volta vi proponiamo l'intervista a Luca Mezzo, esperto di compositi per India e Sudest asiatico. 

di NICOLA CATENARO

Il mondo asiatico e i compositi: quali le differenze principali con l’Occidente?
«Quando si parla di Asia, dobbiamo fare secondo me una fondamentale distinzione in tre grandi aree: una è rappresentata dai Paesi più sviluppati come Giappone e Corea del Sud; la seconda è la Cina; la terza è rappresentata dall’India e dal Sudest asiatico. Sono tre mondi diversi, che vanno a tre velocità diverse e hanno tre mentalità e tre metodologie diverse. Detto questo, possiamo aggiungere che la Cina è la nazione che ha trainato più di altre l’innovazione. Un’innovazione anche un po’ turbolenta perché, fondamentalmente, tutto ciò che è nuovo e diverso ai cinesi piace e anche perché sanno che per, recuperare il gap tecnologico che hanno con noi europei e con gli americani, devono trovare delle scorciatoie. Un secondo fenomeno importante che si sta verificando negli ultimi dieci anni è che, a differenza con l’Europa e con il Nordamerica, che nel settore dei compositi sono cresciuti trainati da progetti relativamente piccoli (aerospace ed eolico a parte), in India e nel Sudest asiatico, e ora sempre più in Cina, la crescita e l’ingresso nel mondo dei compositi sono trainati da aziende molto grandi che hanno da subito come obiettivo i grandi volumi, dai trasporti ferroviari agli aerei, dall’automotive al settore industriale. L’idea è fare subito tanti volumi grandi e meno customizzazione».

Come può l’Europa essere competitiva di fronte a questo fenomeno?
«Ci sono due grandi forze trainate dall’Asia che tendenzialmente si contrappongono e che, se sfruttate bene, danno un’enorme opportunità all’Europa. Quali sono? Una è rappresentata dal settore dei veicoli elettrici, che ha nell’Asia il suo centro di gravità sia per quanto riguarda l’utilizzo sia per quanto riguarda la produzione di vetture e quella di batterie. La seconda forza trainante è data dal reshoring (fenomeno opposto al cosiddetto offshoring, ndr): ci sono sempre meno aziende o siti produttivi in India o in Cina che producono tre componenti per tutte le altre aziende nel mondo mentre ci sono sempre più aziende che fanno quindici prodotti diversi, in volumi minori, per il mercato locale asiatico. Questo significa che c’è una frammentazione della produzione importante e che molte produzioni, soprattutto nel settore automotive e nel settore industriale, hanno volumi che cominciano a entrare nel dominio in cui i compositi, in quanto a costi, sono competitivi rispetto ad acciaio e alluminio. Se infatti i volumi sono bassi, diciamo fino a dieci, cinquanta o centomila pezzi l’anno, i compositi hanno un costo competitivo più basso».

Cosa vuol dire?
«Voglio dire che i compositi hanno un orizzonte molto interessante in termini di crescita. Alla luce di queste considerazioni, le opportunità per le aziende europee e soprattutto italiane sono enormi. La prima è data dal fatto che conoscono il processo di trasformazione dei compositi da più tempo e quindi sono in grado di spingere di più verso l’automatizzazione uscendo dall’artigianalità in modo più efficace. La seconda grande opportunità è che ci sono ottime possibilità di aggregare piccole realtà tra di loro facendole diventare più grandi, ciò allo scopo di avere un peso specifico maggiore e agevolarne l’espansione in Asia in modo più tranquillo e meno rischioso e sfruttando il mercato locale. Per il futuro, infatti, l’Asia non dovrà essere più vista come luogo di produzione low cost di compositi a basso costo per l’Europa ma come luogo di produzione di compositi da utilizzare in Asia».

In quali settori dobbiamo aspettarci uno sviluppo dei compositi?
«A mio avviso, nel settore delle costruzioni e in quello industriale. Per quanto riguarda il primo, sempre restando in Asia, bisogna considerare il sovrappopolamento di quasi tutte le metropoli, soprattutto indiane. Tutti gli interventi di rifacimento e implementazione delle infrastrutture abitative, se fatte con i materiali tradizionali, sarebbero estremamente invasive. I compositi darebbero la possibilità di realizzare costruzioni molto più snelle e di assemblarle più velocemente e facilmente. Un grande vantaggio. Per quanto riguarda invece il settore industriale, per effetto del reshoring, le macchine dovranno essere riconvertite per avere tempi più ristretti con stessi volumi e più lotti di produzione. Dunque, le linee dovranno lavorare a velocità maggiore e per farlo dovranno avere una serie di componenti più leggeri in modo da adattarsi alle nuove esigenze senza subire stravolgimenti».

I compositi, secondo la sua esperienza, sono ancora un materiale innovativo?
«Rimangono un materiale innovativo per vari motivi, perché permettono un grado di libertà nella geometria, soprattutto se abbinata a volumi di produzione fino ai 10-50 mila pezzi l’anno, che altri materiali più tradizionali come i metalli non hanno oppure hanno di meno. È altrettanto vero che i materiali compositi sono vicini a un bivio: devono continuare la loro innovazione soprattutto in termini di riciclabilità, da un lato, e in termini di velocità e automazione del processo di produzione dall’altro».

CHI È

Dopo la laurea in chimica, Luca Mezzo ha iniziato a lavorare nei compositi per varie aziende attive nel settore dei tessuti e pre-impregnati e delle nanotecnologie fino alla progettazione e produzione di compositi per applicazioni aerospaziali, della difesa, automotive e marine, quali FTS in Italia, Nanocyl e Safran Aero Booster in Belgio, Future Fibers in Spagna e Marstrom in Svezia. Dal 2018 fornisce soluzioni complete (dal supporto tecnico alla crescita organica e inorganica) a societá indiane e del Sudest asiatico che stanno penetrando nel campo dei compositi.

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